Volume 2 anno LXXIX  2008

In questo numero Asterisco
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Comitato di redazione: Fr. Federico Righetti, Tecle Vetrali, Luigi Francesco Ruffato, Cesare Vaiani, Paolino Zilio

 

Segreteria di redazione: Fr. Tecle Vetrali, Adriano Busatto, Gianfranco Zaggia

 

 

 

In questo numero

Continuando a illustrare la storia della chiesa attraverso le figure dei suoi santi, questo numero offre pure alcune riflessioni sull’opera di misericordia spirituale: “consolare gli afflitti”. Altri contributi di carattere spirituale e storico arricchiscono il presente quaderno.

 Nell’ *Asterisco: Sono italo-turco, tecle vetrali offre alcune riflessioni maturate durante una sua recente visita in Turchia, esprimendo la sua vicinanza ad una chiesa che, nata e sviluppatasi in gran parte nei territori dell’attuale Turchia, vive oggi di quella forza ed essenzialità che caratterizza la vera chiesa di Cristo.

 antonio fregona, San Lorenzo Russo da Brindisi, Dottore Apostolico, dopo un’ampia contestualizzazione all’interno della chiesa post-tridentina, traccia un ampio quadro biografico della poliedrica figura di S. Lorenzo da Brindisi, soffermandosi soprattutto nell’illustrare il “dottore apostolico”, sottolineandone la spiritualità e la vasta produzione letteraria.

 antonio sicari, Santa Teresa d’Avila, ci offre un sintetico e avvincente profilo di Santa Teresa d’Avila, dottore della chiesa, evidenziandone il sofferto e affascinante cammino spirituale, caratterizzato da crisi e folgoranti illuminazioni, trasmesse a noi dai suoi scritti, che fanno di lei una delle grandi maestre nella vita spirituale.

 antonio sicari, San Giovanni della Croce, illustra a chiari caratteri la vita e la personalità di S. Giovanni della Croce, figura inseparabile da quella di S. Teresa d’Avila, che con la Santa ha promosso la riforma dell’Ordine carmelitano, provato da incomprensioni, calunnie e condanne che, invece di indebolirne la fibra, hanno concorso a fare di lui il grande cantore dell’amore e dell’unione mistica con Dio.

 chiara giovanna cremaschi, La consolazione in Chiara, attraverso un’attenta lettura degli scritti di Santa Chiara evidenzia prima di tutto la radice della consolazione in Chiara, che consiste nella certezza della fedeltà dello sposo; tale certezza scaturisce dall’esperienza dell'unione mistica con Lui; come Francesco, dopo Dio, è stato fonte di consolazione per Chiara, così lei lo è per le sorelle, sia nelle prove spirituali che nelle afflizioni corporali, come risulta da molteplici testimonianze; Chiara è consolatrice anche di tutti coloro che si rivolgono a lei nel parlatorio.

 giusppe celso mattellini, Consolare gli afflitti, parte dalla beatitudine di Gesù sugli afflitti per ricordare che molti sono i motivi di speranza per il cristiano; se molteplici sono le cause e le situazioni di afflizione, altrettante sono le vie per offrire consolazione agli afflitti; chi vive il vangelo può diventare speranza e consolazione per chi è afflitto da malattia, da ignoranza, da mancanza di affetto; anche i santi sono afflitti dal buio spirituale e trovano consolazione solo nell’abbandonarsi ciecamente a Dio e alla sua parola.

 chino biscontin, Ma Dio ama la gioia, dopo avere ricordato che anche la sofferenza può rientrare nel piano di Dio, sottolinea che per affrontare in maniera adeguata questo problema dobbiamo fare riferimento alla sofferenza stessa di Gesù e al significato che essa ebbe ai suoi occhi, per noi e davanti a Dio; superando molti stereotipi ci ricorda che solo l’amore di Gesù e del Padre sono alla base della nostra salvezza, mentre il male e il peccato sono la causa della loro sofferenza; alla luce di Gesù noi comprendiamo come soffrire e come comportarci con chi soffre; “farò dell’amore, non del dolore, il luogo dove la mia anima andrà a rifugiarsi; poiché Dio è il Dio della gioia, e il segreto della gioia è l’amore, e l’uno e l’altro, amore e gioia, onorano Dio”.

 marcus fingerle, Maturare la speranza, attraverso una serrata analisi di carattere antropologico e filosofico ci accompagna a concludere che la speranza è una virtù, certamente da ascriversi fra le teologali, ma che certamente poggia sulle cosiddette virtù cardinali e che, quindi, accompagna e qualifica tutto il cammino dell’uomo e del cristiano; la speranza cristiana si stacca dall’utopia perché, passando attraverso la rivelazione e il Dio fatto uomo, è in grado di trasportare l’eternità nel tempo.

 martín carbajo núñez, Lavoro ed identità nella logica francescana del dono, dopo avere illustrato i concetti di identità ed alterità nell’antropologia francescana, analizza il significato che assume il lavoro nell’esperienza di S. Francesco; dopo una contestualizzazione storica, si sottolinea l’importanza del lavoro manuale, inteso come grazia e come servizio fraterno e disinteressato, conservando così la caratteristica del dono; sapendo che tutto è dono, il servo di Dio niente ritiene per sé; attraverso il lavoro il frate si pone al servizio della fraternità e contemporaneamente contribuisce alla custodia del giardino del cosmo; l’evoluzione e la clericalizzazione dell’Ordine porterà a una sottovalutazione del lavoro manuale; si propongono quindi alcune basi teoriche per comprendere l'attività lavorativa, quali il paradigma della libertà, la logica comunitaria della gratuità e il servizio della persona libera, attiva e solidale.

 marian włosiński, Dignità dell’uomo, solidarietà e patriottismo nell’insegnamento di Giovanni Paolo II, sintetizza l’insegnamento riguardo ad alcuni temi cari a Giovanni Paolo II, illustrando successivamente la sua concezione sull’educazione patriottica, il patriottismo maturo, il nazionalismo e il cosmopolitismo, la solidarietà delle menti, dei cuori e delle mani.

 alfonso fratucello, Una presenza francescana in Verona: Il monastero di S. Elisabetta (1842-1990).II, continua la documentata cronaca della avventurosa vita del Monastero di S. Elisabetta in Verona, fino al suo ingresso nel II Ordine delle Figlie povere di Santa Chiara.

 massimiliano chilin, Sant’Antonio di Padova in Libano, traccia un quadro della presenza francescana e della devozione a S. Antonio nel Libano; sono ricordate le presenze dei frati conventuali e dei cappuccini (alle quali sarebbero da aggiungere le tre presenze dei frati minori di Terra Santa a Beirut, a Harissa e a Tripoli); fin dal XIV° la devozione a S. Antonio è molto radicata in territorio libanese ed è diffusa non solo fra i cattolici, ma anche fra i cristiani di altre chiese e fra gli stessi musulmani.

  

Asterisco  di   TECLE VETRALI   frate minore  Sono italo-turco

Suscita in me un senso di particolare compiacimento il sentire pronunciare nomi italiani quando si parla di personalità celebri di altri paesi. Istintivamente, l’approccio con un italo-americano o italo-australiano o italo-francese è più coinvolgente e caloroso di quello con uno che è definito semplicemente americano, australiano o francese. Nel primo caso affiora un sentimento di legame, di simpatia o comunque di condivisione che affonda le sue radici in una comune, anche se lontana, appartenenza alla medesima terra di origine. Alla fin fine, anche senza essere nazionalisti, l’appartenenza a una storia e a una cultura comune crea legami affettivi e predispone a una reciproca apertura e disponibilità.

Ma questo fenomeno non è limitato alla comune appartenenza a una terra o a una storia politica: è una realtà che si esprime nel campo di ogni appartenenza: culturale, religiosa, artistica, di movimento...

Ed è proprio per questo che soprattutto dal 30 marzo all’11 aprile mi sono sentito italo-turco, cioè, ho visto e percepito intensamente uno stretto legame fra la mia storia e quella della Turchia. Mi sono accorto che scoprendo la Turchia ho scoperto gran parte di me stesso. Molte cose già le conoscevo, perché le avevo studiate e visitate, ma mi ero limitato a incasellarle nel catalogo delle antichità, mentre questa volta le stesse cose hanno incominciato a parlare. Mi sono accorto che la Turchia è importante non solo per la sua storia passata, ma anche e soprattutto per la sua realtà attuale.

Naturalmente, mi riferisco alla realtà ecclesiale. Se Gesù è nato e vissuto in Palestina, la chiesa, fin dalle sue origini ha registrato il suo massimo sviluppo nelle terre dell’attuale Turchia. Ad Antiochia Pietro ha posto la sua sede ed esercitato il suo ministero e lì per la prima volta i seguaci di Cristo sono stati chiamati cristiani; nella stessa città si è operata quell’apertura della chiesa in forza della quale anche noi ora possiamo far parte del popolo di Dio e in seguito alla quale Paolo intraprende i suoi viaggi di evangelizzatore. In terra di Turchia possiamo percorrere gran parte dei viaggi di S. Paolo, guidati dagli Atti degli Apostoli. Nei dintorni di Efeso possiamo entrare nella chiesetta che si vuole costruita sul luogo dove ha dimorato la Madonna, visitare la tomba dell’Apostolo Giovanni, leggere le lettere alle sette chiese dell’Apocalisse sostando nei resti delle città in cui vivevano quelle chiese; si può sostare pure nella basilica costruita in memoria dell’apostolo Filippo. Ad Antiochia e a Smirne si può prendere contatto con la testimonianza dei padri apostolici, mentre a Nicea, Efeso, Costantinopoli e Calcedonia si possono rileggere i testi dei primi Concili. Nessuno dimenticherà la Cappadocia, soprattutto se avrà potuto pregare e celebrare l’eucaristia in una delle chiese rupestri costruite all’interno della montagna e dove si è sviluppato il primitivo monachesimo.

Quante belle ed entusiasmanti memorie, che appartengono alla mia storia. Ma non è solo e, forse, neppure principalmente questo che mi fa sentire un po’ turco. Sento un forte messaggio e qualche cosa di me stesso nella presenza attuale della chiesa: una presenza senza visibilità e senza prospettive di crescita e di espansione, eppure portatrice di una significatività e di un fascino senza uguali. È come trovarsi di fronte a un’opera d’arte recentemente restaurata e riportata alla sua forma e bellezza originaria, spogliata di tante sovrapposizioni e decorazioni che ne nascondevano l’essenzialità e semplicità originaria. Mi torna in mente l’immagine di tante sculture di buona fattura, rivestite poi di banali abiti colorati e folcloristici e finalmente riportate all’originaria semplicità.

In Turchia ho trovato una chiesa concentrata attorno al nucleo della fede e ridotta all’essenziale. E ciò che più mi ha colpito è la gioia di questa essenzialità.

Stando in casa mia, in occidente, mi pongo con sofferenza il problema della libertà religiosa che non vedo riconosciuta alla chiesa in Turchia. In Turchia, invece, ho incontrato persone cristiane sorridenti che si sentono libere, perché stanno vivendo in pienezza il vangelo. Allora capisco meglio che cosa è la libertà cristiana e come nessuna limitazione esterna la possa condizionare. Da quelle religiose e quei religiosi ho capito che il vangelo si può vivere e testimoniare ovunque e in qualunque situazione e che vale la pena, anzi, acquista la sua pienezza di significato testimoniare il vangelo privi di potenti ed enfatizzati mezzi di comunicazione. Ho capito come il vangelo viene testimoniato solo dalla vita.

È bello e tonificante venire a contatto con una vita “compressa” nella sua manifestazione esterna, ma altamente “concentrata” nell’esperienza del mistero cristiano. Allora ho capito come le Figlie della chiesa possono rimanere a Tarso, custodi della memoria di S. Paolo, uniche cristiane del posto, senza soccombere alla depressione e alla tristezza, pronte a fare 50 chilometri ogni giorno per partecipare alla celebrazione eucaristica.

È la testimonianza della chiesa di adesso che mi aiuta a rispondere a una domanda che ripetutamente mi pongo: quale chiesa corrisponde più fedelmente alla chiesa di Cristo: quella delle persecuzioni e delle catacombe o quella dello splendore imperiale? La chiesa di adesso in Turchia mi aiuta a capire la chiesa di sempre. Per questo ripeto che mi sento un po’ turco.

Ciò che mi ha colpito alla conclusione di tutti gli incontri con le comunità religiose e cristiane in Turchia è stato l’insistente invito a ritornare presto, e possibilmente con altre persone. Ho capito chiaramente che non era un invito formale né il semplice desiderio di vincere la propria solitudine, bensì un gesto di grande amore per noi, per poterci trasmettere la loro gioia nel vivere in maniera così gioiosa ed essenziale le loro fede.

Un’altra osservazione mi è suggerita da una svista occorsa nella traduzione di un testo francescano. Noi francescani da anni parliamo di minorità, e per noi il termine ha ormai assunto un significato specifico, non sempre evidente per chi non ha familiarità con la letteratura francescana. Nessuna meraviglia, quindi, se un traduttore scrive “minoranza” invece di “minorità” francescana. A parte l’incidente della traduzione ho subito compreso come per i miei confratelli che vivono in Turchia il modo di vivere la minorità sia proprio lo stato di una minoranza tirata fino agli estremi, fino a non contar nulla, fino a non essere in grado di rivendicare alcun diritto.

Anche e proprio per il frate che vuole vivere la sua minorità c’è spazio in Turchia.

Ecco perché ora mi sento italo-turco.

Indice

In questo numero (Tecle Vetrali) 

* Asterisco: Sono italo-turco (T. Vetrali)

           A. Fregona, S. Lorenzo Russo da Brindisi, “Dottore apostolico”

           A.M. Sicari, Santa Teresa d’Avila

            A.M. Sicari, San Giovanni della Croce

            Ch.G. Cremaschi, La consolazione in Chiara

            G.C. Mattellini, Consolare gli afflitti

            Ch. Biscontin, Ma Dio ama la gioia

            M. Fingerle, Maturare la speranza

            M. Carbajo Núñez, Lavoro ed identità nella logica francescana del dono

            M. Włosiński, Dignità dell’uomo, solidarietà e patriottismo nell’insegnamento di Giovanni Paolo II

            Alfonso Fratucello, Una presenza francescana in Verona: Il monastero di S. Elisabetta (II)

            M. Chilin, Sant’Antonio di Padova in Libano

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